sabato 20 giugno 2020

Battaglia del Solstizio


Dopo l’arresto dell’offensiva del 1917 sul Grappa, lo stato maggiore austriaco sapeva che il tempo giocava a favore dell’Italia, perché l’effetto combinato della grave crisi economica indotta dal blocco e della progressiva dissoluzione politica dell’impero toglieva lentamente ma inesorabilmente le forze alla Duplice Monarchia. Pertanto, era esigenza vitale per l’Austria sferrare un colpo risolutivo all’Italia.
Già l’offensiva di Caporetto era stata voluta nella consapevolezza che il fronte isontino era giunto alle soglie della rottura e che un’altra offensiva italiana avrebbe portato al suo collasso. Una combinazione di fattori, dall’effetto sorpresa della tattica tedesca (non austriaca) la sfortuna ed alcuni errori dei comandi locali italiani (che disapplicarono le precise ed intelligenti direttive di Cadorna) condusse ad un successo imprevisto nelle dimensioni.
L’offensiva nel 1918 appariva però assai più difficile di quella del 1917. 1) gli austriaci questa volta avrebbero dovuto fare da sé, perché l’alleato germanico era impegnato a fondo in Francia. Le unità tedesche erano state assolutamente decisive nello sfondamento di Caporetto e questa volta sarebbero state assenti. La mancanza di queste divisioni, nettamente superiori alle controparti austriache sul piano tattico e tecnico, era incolmabile. 2) l’esercito austriaco era in condizioni peggiori sia come materiale sia umane. I soldati e gli animali erano denutriti ed i tessuti in fibra autarchica erano tali da rischiare di provocare abrasioni sulla pelle dopo brevi marce, mentre scarseggiavano i gas. Inoltre si avevano reparti indisciplinati e con il morale basso, quel che portò i tribunali militari austriaci a quasi 10.000 condanne pesanti ed a 93 giustiziati. 3) nel 1917 il fronte italiano era proiettato in avanti, come era giusto ed inevitabile che fosse, dato che il Regio Esercito si proponeva di sfondare il fronte nemico dal 1915, per cui si trovava in una posizione tattica e strategica inadatta alla difensiva. Invece, nel 1918 esso poteva appoggiarsi a nord su posizioni fortissime disposte sulla catena montagnosa del Trentino, a sud sulla linea del Piave. 4) nel 1917 al comando italiano era mancato il tempo per apprestamenti difensivi in profondità, perché, anche se sapeva dell’offensiva nemica, aveva avuto in pratica meno di un mese per prepararsi. Al contrario, nel 1918 il comando italiano ebbe quasi sei mesi di tempo a disposizione, ciò che consentì allestimenti difensivi creati con meticolosità ed un addestramento ad hoc delle truppe. 5) Nel Trentino e nella Venezia Giulia la deportazione di gran parte della popolazione italiana aveva ostacolato la raccolta d’informazioni da parte del comando italiano. Invece, nel Veneto invaso avevo potuto essere creata una rete spionistica assai ampia, grazie ai molti italiani che si prestarono a fare da informatori comunicando con il servizio informazioni italiane tramite piccioni viaggiatori. Il quartier generale del Regio esercito non era mai stato così bene informato sul nemico.
Lo stato maggiore austriaco aveva un problema militare difficile da risolvere e, come sovente avviene davanti alle difficoltà, si rivelò intellettualmente inferiore al compito. Il capo di stato maggiore era Arz, ma il vecchio capo, Conrad von Hoetzendorf, conservava un grande prestigio. Aveva il suo peso però anche il rivale Boroevic von Bojna. Il Conrad voleva realizzare un suo vecchio piano, già tentato nel 1916 con la “spedizione punitiva” e riproposto nel 1917 (fu rifiutato dallo stato maggiore germanico), di uno sfondamento partendo dal Trentino verso la pianura. Nel 1918 egli voleva colpire sull’altopiano dei Sette Comuni e sul Grappa e chiedeva per questo 34 divisioni. Se la rottura fosse avvenuta, le truppe italiane sul Piave sarebbero state colte di fianco e di spalle, con minaccia di un totale accerchiamento.
Boroevic era critico verso il piano di Conrad, perché, nonostante le prospettive in caso di successo fossero ottime, lo sfondamento appariva improbabile. Conrad si proponeva di colpire dove gli apprestamenti difensivi italiani erano massimi, vi era la maggiore concentrazione di truppe migliori ed il terreno era più favorevole alla difensiva. Il von Bojna invece voleva attaccare sul Piave, in direzione di Treviso.
Il capo di stato maggiore austriaco, l’indeciso e debole Arz, finì con l’accettare entrambe le proposte, disperdendo le forze offensive, per cui si sarebbero avute due linee d’attacco principali, una dal Trentino con epicentro sul Grappa, l’altra dal Piave in direzione di Treviso. La dispersione si aggravò con l’autorizzazione concessa ad operazioni diversive: una sempre sul fronte Trentino, che doveva attaccare in direzione di Bergamo, su di un terreno difficilissimo valicando il passo del Tonale; altre due sul Piave, una sul Montello a nord dell’azione principale, l’altra sulla foce del Piave, a sud dell’azione principale. In pratica, si sarebbe attaccato su quasi tutto il fronte.
Con queste premesse, i risultati furono conseguenti. L’offensiva secondaria in direzione di Bergamo, detta “operazione valanga” e che doveva sboccare dal passo del Tonale, abortì sul nascere, resa impossibile dalle montagne del Trentino occidentale in mezzo a cui avrebbe dovuto svolgersi. Dopo poche ore il comandante austriaco ordinò alle truppe di fermarsi. L’attacco fortemente voluto dal Conrad sull’altopiano di Asiago ed il Grappa fu menomato prima ancora che le fanterie scattassero da un violento e preciso fuoco di contropreparazione dell’artiglieria italiana. L’artiglieria della 6° armata, comandata dal generale Roberto Segre, scaraventò sugli imperiali decine di migliaia di proiettili di grosso calibro per cinque ore nel cuore della notte che precedeva l’offensiva. Cadorna aveva ordinato una simile operazione di contropreparazione nel 1917 a Caporetto, ma le responsabilità dei subordinati e la nebbia impedirono un’azione che avrebbe cambiato le sorti della battaglia. Nel 1918 l’artiglieria italiana martellò gli austriaci prima ancora che attaccassero, riducendo al lumicino le loro possibilità di successo. Emblematicamente, l’unico, piccolo risultato ottenuto dagli austriaci fu contro il modesto corpo di spedizione inglese, che ebbe una rottura locale. Ma nel complesso, la linea italiana tenne saldamente. Esauritasi la spinta offensiva imperiale, contrattacchi brevi e violenti condotti dagli arditi ripresero le posizioni del Col moschin e del Col Fagheron.
Sul Piave invece la situazione fu più critica e gli imperiali riuscirono a varcare in diversi punti il fiume, creando due grosse teste di ponte, sul Montello e dinanzi a Treviso. La difesa in profondità degli italiani, concepita da Badoglio e Caviglia (Diaz aveva una funzione principalmente politica e delegò ad altri il grosso dell’effettiva gestione delle questioni militari) e resa possibile dalla lunga preparazione durata mesi, però sfiatò e dissanguò gli assalitori.
Sulla riva del Piave era stata schierata una prima linea, ma buona parte delle truppe erano in posizioni assai più arretrata. A debita distanza dal fiume correva un’altra linea saldamente fortificata, mentre una serie di brevi linee trasversali fra le due principali creavano una serie di comportamenti stagni, utili in caso di rottura di un tratto del fronte avanzato. Completava lo schieramento una serie di punti di appoggi, come nidi di mitragliatrici, sparsi ovunque.
Il bombardamento austriaco decimò le truppe italiane collocate lungo il fiume e la fanteria riuscì ad ottenere alcuni sfondamenti. Una volta superato il Piave, le divisioni imperiali però si trovarono dinanzi alla seconda linea arretrata e rinserrate nelle linee trasversali. Il fiume inoltre ostacolava l’arrivo dell’artiglieria, senza cui non si poteva passare, e quello dei rifornimenti indispensabili. Mentre si trovavano in questa situazione critica, le artiglierie a lunga gittata italiane colpivano le retrovie del nemico ed i ponti, in maniera da strangolare l’afflusso dei rifornimenti. L’aviazione italiana, nettamente superiore a quella imperiale per quantità e qualità, dominava i cieli e contribuiva all’azione di usura bombardando i ponti, i pontoni ed i piccoli convogli di trasporto, mitragliando gli uomini.
Inoltre le mitragliatrici, collocate dal Regio esercito in nidi protetti, ma capaci di battere le strade, falciavano gli assalitori, che erano così spinti a dirigersi in mezzo ai campi, dove però s’imbattevano in ostacoli nascosti di ogni tipo.
I contrattacchi italiani furono scagliati quasi tutti contro le punte avanzate dell’esercito imperiale e regio, spegnendone definitivamente le capacità offensive. Si distinsero in particolare gli arditi, che subirono perdite altissime infliggendone però di peggiori ai nemici. Celebre è rimasta però la carica del reggimento dei Lancieri di Milano, che a Monastier di Treviso spazzò via i reparti più avanzati dell’esercito austriaco.
L’esercito imperiale cercò di resistere, aggrappandosi alle due teste di ponte, ma la situazione peggiorò lentamente ma inesorabilmente. Alcuni generali volevano ritirarsi, consapevoli del fallimento dell’attacco, mentre altri chiedevano una prosecuzione, consapevoli che una sconfitta sul Piave avrebbe segnato la sorte dell’Austria-Ungheria. Alla sera del 20 giugno apparve chiaro ormai a tutti che l’offensiva era fallita e che prolungarla avrebbe significato soltanto sprecare altre forze: l’imperatore stesso ordinò la ritirata sulla riva sinistra, che incominciò dal giorno seguente, il 21 giugno.
Nella battaglia del Solstizio, come la definì il D’Annunzio, l’impero aveva giocato tutte le sue ultime carte. La sconfitta bruciò le ultime risorse ed abbatté brutalmente il morale degli uomini e delle popolazioni ancora fedeli all’impero, che ormai non potevano fare altro che attendere l’inevitabile offensiva italiana.

lunedì 1 giugno 2020

Le Oche del Campidoglio

Fonte Wikipedia


L'avvenimento che vide come protagoniste le Oche del Campidoglio fa parte della storia di Roma; secondo la leggenda sarebbe avvenuto sul colle del Campidoglio nel giugno 390 a.C. 

Galli di Brenno assediavano Roma e cercavano un modo per penetrare nel colle.. Qui si erano rifugiati i romani che non erano fuggiti a Veio o a Caere all'arrivo degli assalitori. Il condottiero romano Marco Furio Camillo era in esilio ad Ardea a causa delle sue posizioni anti-plebee. Un messaggero, mandato dai romani di Veio prima a Roma e poi ad Ardea per richiamare il generale, era riuscito ad entrare sul Campidoglio nonostante l'assedio. Avendolo seguito, i Galli stavano per riuscire, nottetempo, a entrare nel Campidoglio. Un'altra fonte, invece, parla di un cunicolo sotterraneo scavato dagli assedianti. La leggenda narra che le oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacre a Giunone, cominciarono a starnazzare rumorosamente avvertendo del pericolo l'ex Console Marco Manlio e i romani assediati. Marco Manlio venne per questo episodio denominato Capitolino.
L'assedio fu respinto e l'imminente arrivo di Camillo cominciò a ribaltare le sorti della guerra a favore dei romani: i Galli cominciarono a subire le prime sconfitte mentre l'esercito del condottiero avanzava da Ardea. Gli assedianti cercarono quindi un compromesso: a fronte di un tributo pari a mille libbre d'oro, questi avrebbero tolto l'assedio. I romani, al momento di pagare, si accorsero che le bilance erano truccate e, alle loro rimostranze, Brenno, in gesto di sfida, aggiunse la sua spada alla bilancia pretendendo un maggiore peso d'oro e pronunciò la frase «Vae victis («Guai ai vinti!»). Qui la tradizione narra un secondo episodio leggendario: mentre i romani chiedevano tempo per procurarsi l'oro che mancava, Camillo raggiunse Roma con il suo esercito. Una volta di fronte a Brenno, gli mostrò la sua spada e gli urlò in faccia: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» ("Non con l'oro, ma con il ferro, si riscatta la patria").

mercoledì 8 aprile 2020

STATO, REGIONI, PROVINCE e SANITA'

Dirò una cosa controcorrente!
Tutti a scandalizzarsi, per le dichiarazioni di Crimi quando dice che la sanità deve ritornare competenza statale,certo ha sbagliato tempi e modi e Zaia si è alterato dicendo che l'obbiettivo è la diffusione del malessere.
Mah in realtà lo stato potrebbe risparmiare parecchi soldi sulle forniture se il bando fosse unico e se tutti gli ospedali d'Italia avessero lo stesso materiale,difficilmente potrebbero rifilare materiale scadente, è vero che nel nord e nel Lazio la sanità funziona meglio, ma è vero anche che è stata praticamente privatizzata con la sistematica chiusura di ospedali pubblici per favorire i privati ( a Verona eclatante il caso di Bussolengo) e liste d'attesa chilometriche che costringono tutti ad andare privatamente.
Il discorso sarebbe lungo , la verità è che le regioni non vogliono perdere la competenza sulla sanità (oltre che per far affari) perchè senza tale competenza le regioni sarebbero enti vuoti e si dimostrerebbero per quello che sono cioè poltronifici politici inutili e costosi.

SANITA' ALLO STATO, ABOLIZIONE DELLE REGIONI E RIPRISTINO DELLE PROVICE
anche da questo dovrebbe ripartire l'Italia.
E comunque tutte queste discussioni lasciano il tempo che trovano perchè finchè non usciremo dall'Unione Europea non avremo Sovranità nè politica nè monetaria e senza sovranità saremo sempre schiavi  e non potremmo ne aumentare i posti letto, ne comprare macchinari ,ne attuare politiche economiche per far ripartire l'Italia
L' UNIONE EUROPEA DEV'ESSERE DISTRUTTA

Luca Tamburini
Movimento Sovranità e Difesa Sociale

sabato 21 dicembre 2019

SOLSTIZIO D'INVERNO

https://www.barbadillo.it/79623-elogio-del-solstizio-di-m-de-angelis-meglio-accendere-un-fuoco-che-maledire-loscurita/?fbclid=IwAR1-raIXC2Sd8FqXetEqHVxPu-qevT7NRbQAjhN539AkVANcCrI0it-MDpg

Con il solstizio i il sole si ferma…
Il giorno 21 dicembre alle ore 23,23 si è verificato il solstizio d’inverno, Sol-stitium significa che “il sole si ferma”, quando la terra arriva a uno dei limiti dell’ellissi della sua rotazione: la notte più lunga e quindi il giorno più breve.
Se vivessimo secondo i ritmi naturali avremmo la piena sensazione di cosa questo possa rappresentare.
La sensazione della fine, una prospettiva di buio e freddo irreversibile. Una notte eterna.
Probabilmente i primi uomini che hanno provato questa sensazione hanno ceduto al terrore e alla disperazione, come fecero gli europei allo scoccare dell’anno Mille. Ma la notte perenne era sicuramente più terrificante di una data.
Qualcuno, decine di migliaia di anni fa o forse ancora di più, decise di non arrendersi alla disperazione e al terrore, al buio e al freddo.
Accese una torcia e salì su un’altura e lì fece un falò più alto che potè, affinché la sua luce si vedesse da lontano e anche dal cielo.
E in molti lo imitarono, tanto da replicare su monti e colline l’intero firmamento.
Perché si può cedere alla disperazione e alla paura, oppure combattere.
E i nostri antenati scelsero di combattere.
E anche se il sole era Dio, a volte persino Dio ha bisogno del nostro aiuto per continuare a vivere. Altri popoli si inchinano a implorare l’aiuto di Dio e poi cambiano Dio quando pensano che il loro sia debole e non soddisfi i loro desideri.
Quell’uomo antico si disse che forse Dio era morto o forse stava morendo. O magari era solo stanco e stufo e non voleva più tornare.
E allora piantò la sua bandiera di luce sul monte sperando che Lui la vedesse, per dirgli: “fossi anche l’unico, sappi che qui ce n’è ancora uno pronto a combattere per te. Ti offro quello che posso e combatto al tuo fianco. Se deve essere così saremo solo tu ed io, ma non accetto la sconfitta senza combattere”…
Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità.
Finché uno solo combatte la notte eterna non verrà.
Teniamo accesi i fuochi e aiutiamo Dio a risorgere e regnare per un anno ancora.
Astronomicamente è raro che il solstizio coincida con la mezzanotte, anche perché i fusi orari sono diversi. Questo solstizio dunque per noi non sarà un solstizio come gli altri.
Più notte che a mezzanotte non viene.
Con il solstizio è quindi l’ultimo dell’anno. Preparate le vostre candele o i vostri fuochi, per la battaglia per aiutare Dio a tornare a splendere.
Sarà una notte lunga e fredda, ma rischiarata dalla volontà degli uomini di non cedere alla disperazione e non lasciar morire il loro Dio.
Buona fine a tutti quindi. E buon inizio.
Il sole, grazie alle nostre luci, tornerà a scaldare la nostra Sacra Terra già dalla mattina dopo il solstizio…
Di Marcello De Angelis

sabato 7 luglio 2018

I VERI RIBELLI SIAMO NOI

Giuseppe Solaro
da La Riscossa n° 41 del 12 ottobre 1944
        I veri ribelli siamo noi. Noi globalmente chiamati nazi-fascisti. In realtà ci ribelliamo all’opinione universalmente diffusa di essere ormai boccheggianti e prossimi alla fine, o come scrive “Il grido di Spartaco” da dodici mesi senza mutare di un rigo, d’essere “la belva agli ultimi rantoli”. Ci ribelliamo ogni momento anche al cosiddetto buon senso comune che in quel determinato momento coglie circostanze a noi totalmente avverse. Ci ribelliamo all’idea di non aver più nulla da fare contro un cumulo di nemici potentissimi di armi e vettovaglie. Come pensare, dice l’uomo della strada, che tedeschi, giapponesi e fascisti possano resistere ad una America, indisturbata nelle sue fonti di produzione bellica alimentate da esuberanti dotazioni di materie prime, ad una Inghilterra seminatrice di doviziose armate d’ogni colore attinte alle immense colonie, a una Russia formidabile di uomini e ordigni di guerra, a tre potenze di tutto munite, padroni di tre quarti del mondo, credute persino nel loro programma di “liberazione”? Nondimeno ci ribelliamo ai colpi avversi della sorte, alla mala fortuna, alla incredulità degli altri, nella nostra certezza e nella nostra fede. Ci ribelliamo alle prospettive di tremende punizioni che ci attenderebbero a breve scadenza. Ci ribelliamo pure all’antipatia e al vuoto che ci crea attorno una turba di vigliacchi timorosi persino di riconoscere almeno il nostro valore con una parola, un sorriso, perché questo potrebbe pesare all’arrivo degli anglo-americani. Noi siamo i veri ribelli! Per gli altri è facile farsi chiamare ribelli, quando i successi degli alleati incoraggiano, nella fase in cui l’iniziativa bellica è dalla loro. È piacevole farsi chiamare ribelli quando si è circondati dalle premure di tanti pavidi che intendono crearsi benemerenze verso “il cavallo vincente”; quando si hanno incitamenti e aiuti dai plutocrati che puntano sull’affare ritenuto più sicuro, pur senza trascurare la distribuzione dei rischi; quando pare eroico in senso utilitaristico seguire la corrente e farsene paladini. NO, non sono ribelli questi opportunisti degli eventi contingenti, che la pensano come la preponderante parte della popolazione mondiale che circoscrive il nucleo nazional socialista, fascista e nipponico. In realtà non ribelli sono quegli sciagurati nostrani che convinti del possesso di una buona carta di credito scontabile a breve scadenza, allargano le ferite della Patria martoriata. Questi partigiani guidati dagli inglesi e slavi, sono in gran parte volgarissimi banditi e grassatori, per i quali è una bazza la maschera di un ribellismo politico sul vero volto della rapina e della delinquenza comune e sono nel resto disorientati senza un preciso obbiettivo, tanto che i dissidi tra le varie correnti sono numerosi e insanabili. I veri ribelli siamo noi. Ribelli contro un mondo vecchio di egoisti, di privilegiati, di conservatori, di capitalisti oppressori, di falliti sistemi, di superate ideologie, di dottrine ingannatrici, dei falsi e dei bugiardi. Ribelli insomma contro il mondo dell’ingiustizia. Ribelli in nome di una santa causa, di una società giusta e ordinata, di rispetto del lavoro, di dignità nazionale, di amore alla Patria, al nucleo famigliare, alle onorevoli ed egregie cose intraprese nella vita. Ribelli di fede. Ribelli che non misurano gli ostacoli, che non si soffermano sulle prospettive. È la fede che trasfonde nei nostri cuori la certezza della vittoria, accesa come una fiaccola ardente, anche nel buio della sfortuna. Certezza materiata di armi che vibrano, di cervelli che demoliscono nel genio inventivo la superiorità avversaria, di slancio, di sicurezza baldanzosa ai limiti del possibile, di riprese entusiasmanti, di eroismi travolgenti. Certezza che crea la carta buona, l’ultima carta, quella del trionfo.
        È il miracolo delle minoranze che creano la Storia, oggi come ieri, come l’altro ieri, come domani. Colombo era solo nel suo viaggio, Galileo deriso, Mazzini parlava solingo a italiani sordi, Garibaldi contava su mille, il modesto Piemonte dava l’unità ad una nazione, le piccole repubbliche italiane irradiavano la luce di un impero latino spirituale e materiale su estese plaghe del mondo medievale. È il miracolo dei fanatici, dei credenti, dei fedeli. Osservate il popolo tedesco. All’offensiva simultanea da ogni lato dei nemici, pareva a chiunque possibile un crollo germanico. Eppure? Il soldato tedesco si è fatto più coriaceo, il popolo più tenace e compatto. Ovunque combatte. In nessun punto diserta la lotta. In tutti i fronti strappa l’ammirazione al nemico e al destino il diritto alla vita. E il miracolo di questo popolo attaccato da tutto il mondo è la situazione di oggi, sostanzialmente consolidata. In Occidente la cavalcata anglosassone verso il confine tedesco ha assunto il ritmo più modesto del passo d’uomo fortemente contrastato. In Oriente le pur gigantesche e tenaci offensive bolsceviche, hanno perduto il mordente strategico delle precedenti e nel giuoco dei grandi spazi gli eroici soldati germanici, col sangue, la tecnica e la manovra solidificano vieppiù le loro linee di resistenza. Al Sud, i violenti colpi di maglio di Alexander e Clark non hanno frantumato lo schieramento tedesco come ritenevano con eccessiva sicurezza. Possiamo ben dire che la spaventosa offensiva concentrica dei nemici dei veri popoli proletari, ha fallito nei suoi obiettivi risolutivi entro quest’anno, come De Gaulle amaramente constata, mentre il popolo tedesco acquista nuovi titoli per la vittoria. Speranza? No, fede. La fede dei fanatici, il miracolo dei ribelli dell’onore, contro i colpi della sorte, nel nome di un’Idea e della novella storia. Osservate Mussolini. Una vita leggendaria, una cavalcata eroica nelle strade della Storia, seguito dalle folle nella buona fortuna, dai pochi fanatici nella cattiva, sempre solo nel genio altissimo. Tenace, incrollabile nel grande amore per l’Italia, in ogni circostanza, bella o amarissima. Solo, con pochi uomini fedeli fino al sacrificio, dopo il tradimento nefasto e il caos spaventoso dell’8 settembre, compie il miracolo di una Repubblica che affida alla storia le leggi dell’onore dell’eroismo, della giustizia sociale. Ribelli al corso tortuoso degli eventi, alla forza d’inerzia di un mondo superato, bolso, meschino, traccia la via del progresso e della civiltà. Non c’è dubbio, e ogni italiano la cui mente non sia obnubilata dai pregiudizi, deve convenire che i ribelli nel senso nobile della parola, siamo noi, noi fascisti, tedeschi, nipponici, noi autentici partigiani della Patria. Qualunque cosa accada noi siamo destinati alla vittoria, e l’ultima battaglia di questo immane conflitto, fiammeggerà al fuoco della nostra fede nella giusta causa e del nostro amore infinito ad onta di tutto, per l’Italia, per i lavoratori italiani. Su dunque animelle smarrite, coscienze incerte, cervelli traviati, cogliete l’attimo fuggente nel quadrante del destino e seguiteci per la strada maestra che con lo spirito e il ferro, percorriamo verso la luce della giustizia.

Luca Tamburini
Movimento Sovranità e Difesa Sociale

sabato 24 febbraio 2018

Elezioni 4 Marzo intenzioni di voto

Si avvicinano le elezioni politiche.
L'ultima volta le ho vissute da candidato , questa volta non essendo tesserato per nessun partito o movimento nazionale non partecipo attivamente.

Non perderò troppo tempo nel ricordarvi la totale inutilità o peggio ,di votare i soliti partiti euro servili e mi riferisco a tutti i partiti presenti in parlamento , e quando dico tutti intendo tutti .
Perchè chi non mette al primo posto l'uscita dall'Unione Europea  non vuole realmente cambiare le cose e soprattutto non vuole il bene dell'Italia  e degli Italiani e più fanno gli estremisti e più si venderanno al miglior offerente.

Fin dall'inizio di questa campagna elettorale la scelta si è è ridotta a due sole liste Casapound e Italia agli italiani .
Non cadrò nell'errore che fanno molti camerati  di creare attriti all'interno dell'area già numericamente ridotta ,mi limito solo a indicare la lista che a saputo raccogliere  e conciliare molte sigle dell'area , e proprio questa capacità di mettere da parte i personalismi è fondamentale per proseguire il lungo cammino verso la salvezza della Patria.

Inoltre Italia agli Italiani contrariamente ad altri partiti e movimenti non ha messo in lista riciclati della politica ma ha candidato militanti ,uomini e donne a contatto diretto con la gente, con il popolo perchè le Idee camminano sulle gambe degli uomini quindi non servono nuove idee ma servono uomini nuovi

Perciò non farti fregare un'altra volta se vuoi un'alternativa alla decadenza della politica italiana ora ce l'hai ,Forza Nuova e Fiamma Tricolore

IL 4 MARZO VOTA  ITALIA AGLI  ITALIANI

"Non vi sto chiedendo un voto,
vi sto chiedendo di accendere un Fuoco."
Gabriele D'Annunzio.

Luca Tamburini 
Movimento Sovranità e Difesa Sociale
Consigliere comunale Ferrara di Monte Baldo

sabato 10 giugno 2017

L'IMPRESA DI PREMUDA


All'alba del 10 Giugno 1918, due MAS italiani, il 15 ed il 21, agli ordini rispettivamente del capitano di corvetta Luigi Rizzo e del guardiamarina Giuseppe Aonzo attaccavano la poderosa formazione navale austro-ungarica diretta verso Otranto allo scopo di forzare il blocco ed infliggere un colpo definitivo alla Regia Marina italiana.
I due MAS di ritorno da una missione di ricognizione e di dragaggio delle acque tra Guiza e Banco di Selve, presso l'isola di Premuda intercettarono casualmente alle ore 3.15 una parte della formazione austriaca, attardatasi per alcuni problemi alla corazzata Szent István, meglio nota come S.Stefano.
Rizzo, invece di disimpegnarsi rapidamente come prassi, decise di approfittare della scarsa visibilitá per prevenire la mossa nemica, invertendo la rotta e passando all'attacco puntando sulle unitá nemiche, seguito dal MAS agli ordini di Aonzo.
Penetrati all'interno della formazione manovrando tra le torpediniere di scorta, il MAS di Rizzo lanciò i propri siluri contro la Santo Stefano colpendola con entrambi e danneggiandola irreparabilmente, mentre il MAS 21 attaccò la corazzata Tegetthoff, colpendola con uno dei due siluri. La reazione austriaca non si fece attendere ma i rapidi MAS riuscirono a distanziare in breve tempo le torpediniere che si erano lanciate al loro inseguinento, cercando inutilmente di colpirli con i propri calibri.
La Santo Stefano, gravemente danneggiata, iniziò presto ad inclinarsi, per capovolgersi alle ore 6 ed affondare rapidamente, trascinando con sé circa 100 morti.
I due MAS rientrarono al porto di Ancona alle ore 7, ignari di aver inflitto un colpo mortale alla flotta austro-ungarica che, infatti, non tentò più alcuna missione fino al termine della guerra, rimanendo perennemente rintanata nei propri porti.
Per l'eroica azione, che passerá alla storia come l'Impresa di Premuda, Luigi Rizzo venne decorato con una seconda Medaglia d'Oro al Valor Militare, onorificenza concessa anche al guardiamarina Giuseppe Aonzo.
Il 13 Marzo 1939, la Regia Marina stabilì di celebrare la propria festa proprio il 10 Giugno, a perenne ricordo dell'eroica impresa di quella luminosa mattina del Giugno 1918.

Luca Tamburini
Movimento Sovranità Difesa Sociale